La rotta balcanica del jihadismo



La particolarità della storia dei Balcani è caratterizzata dalla presenza continua di dinamiche politiche, economiche e sociali delle quali, oggi, analizziamo traiettorie e contraddizioni.

All’origine delle aspirazioni e dei contrasti tra i popoli balcanici sedimentano scelte e condizionamenti, vittorie e sconfitte avvenuti negli ultimi due secoli, nel confronto con i maggiori movimenti della storia europea che hanno contribuito a disegnare un contesto di instabilità politica ed economica, continuamente sobillato da tensioni interetniche e interreligiose.

Un’eredità storica segnata dai conflitti derivanti dalla disgregazione della ex Jugoslavia che ha creato lo sfondo politico e culturale all’ingresso dei movimenti jihadisti nei Balcani.

La guerra civile degli anni ’90 ha richiamato combattenti musulmani di origine saudita, afghana, caucasica e nordafricana in supporto alla popolazione bosniaca contro l’aggressione serbo-croata. Molti dei combattenti giunti nei Balcani erano veterani del jihad antisovietico in Afghanistan: pertanto già indottrinati e preparati militarmente. Progressivamente s’insedia sul territorio una rete, piuttosto capillare, di comunità musulmane di ispirazione salafita-wahabita, tradizionalmente meno inclini alla visione moderata dell’Islam, ritenuta troppo vicina ai costumi occidentali, guidata da imam e leader di movimenti estremisti. Già nel 1995 si registra un primo attentato di matrice jihadista nella stazione di polizia di Primorije Gorani in Croazia, risalente al gruppo egiziano Gamaa al-Islamiya. Nel 2011 Mevlid Jaservic, cittadino serbo originario del Sangiaccato, attacca l’ambasciata americana di Sarajevo, ferendo un poliziotto. L’infiltrazione jihadista si fa sempre più pervasiva. Dall’anno successivo comincia l’afflusso di cittadini bosniaci verso la Siria per sostenere il jihad: le autorità bosniache ne registrano almeno 330.

Anche il Kosovo riveste un ruolo significativo nella spinta ideologica e nel processo di radicalizzazione. E’ diventato, infatti, la prima fonte di foreign terrorist fighters nei teatri di guerra di Siria e Iraq, rispetto alla popolazione. Numerosi sono, infatti, i centri di reclutamento e di propaganda, come la moschea di Pristina e quella di Mitrovica, legati ai gruppi vicini ai Fratelli Musulmani e a reti miliziane in partenza perla Siria. Tra il 2012 e il 2015 si stima che 355 kossovari - 256 uomini, 52 donne e 47 bambini - hanno intrapreso la hijra verso la Siria, prima ancora che lo Stato Islamico dichiarasse l’istituzione del suo sedicente Califfato. Molti, infatti, si sono uniti al Free Syrian Army, ai gruppi Jabhat al Nusra e Ahrar al Sham e, successivamente, sono “transitati” nello Stato Islamico. Figura rilevante nell’attività di radicalizzazione è stato Lavdrim Muhaxheri, anche conosciuto con il nome Abu Abdullah al Kosova, famigerato leader dei foreign figthers albanesi. Ex “impiegato” delle basi NATO in Kosovo e Afghanistan, è apparso in numerosi video richiamando gli albanesi ad unirsi al jihad e agendo da elemento aggregante nella propaganda ideologica sui media.

Importanti operazioni antiterroristiche in Albania e Kosovo hanno puntato le le luci su alcune strutture e attività di questi gruppi. La rete di estremisti comprende una nuova generazione di leader fondamentalisti locali addestrati in Medio Oriente e affiliati con un numero rilevante di associazioni culturali e caritatevoli islamiche, finanziate dall’estero. Fondazioni riconducibili ai governi di Arabia Saudita e Turchia hanno finanziato la costruzione di centinaia di moschee e centri educativo-culturali diretti a migliaia di giovani musulmani, in cui si è fatta strada la promozione del messaggio jihadista.

Aspettative frustrate dalla dilagante stagnazione economica e dalla fragilità di una struttura politica dilaniata dalla corruzione, si scontrano con il crescente ruolo politico dell’Islam come parte centrale della costruzione delle identità di alcuni gruppi sociali. La narrativa jihadista diventa vettore di radicalizzazione, quindi di reclutamento e, infine, di mobilitazione.

Studi recenti hanno evidenziato come nell’analisi dei fattori chiave sulla radicalizzazione l’istruzione non rappresenti un aspetto esplicativo. La maggior parte dei foreign fighters balcanici possiede una moderata cultura. Nel caso del Kosovo le reclute avevano tassi di istruzione formale più elevati rispetto alla media nazionale. E’ piuttosto l’assenza di prospettive e l’immobilità sociale, simbolicamente incarnati dalla perdita di ordine e di significato, che sono da considerare nell’analisi dei modelli di contrasto all’estremismo violento nel contesto balcanico. Ciò che si osserva è il prodotto dell’islamizzazione della radicalità: la religione si fa strumento per veicolare rimostranze di identità marginalizzate e deculturate.

La crescente partecipazione di elementi radicali nelle organizzazioni jihadiste, in particolare lo Stato Islamico, e la centralità strategica nel cuore dell’Europa, hanno evidenziato elementi di criticità legati al ritorno in patria dei combattenti. “L’esposizione diretta” all’esperienza bellica e l’acquisizione di capacità e pratiche in territorio siriano rappresentano una minaccia significativa alla sicurezza nazionale dell’Europa. Molti Paesi, infatti, si sono mostrati riluttanti nel riportare a casa i loro cittadini e hanno cercato di dilungare, il più possibile, i processi che li vedevano coinvolti. Di contro, altri Paesi come Russia, Tajikistan, Uzbechistan, Turchia e Kosovo hanno scelto un approccio più attivo nel facilitare il rientro dei loro concittadini, soprattutto donne e bambini. Dei circa 460 muhajir, appartenenti alla ‘umma' del sedicente Califfato, provenienti dai Balcani, 242 sono originari del Kosovo: i Balcani Occidentali rappresentano la regione con la più alta concentrazione di foreign fighters rientrati in Europa. Il Kosovo, con i suoi 134 returnees per milione di abitanti è in cima alla classifica, seguito dalla Macedonia con 42.

La prossimità geografica al nostro Paese solleva evidenti rischi di infiltrazione: secondo l’intelligence sono tre le aree calde da monitorare legate alla presenza di jihadisti kossovari: la zona di Monteroni D’Arbia in provincia di Siena e le province di Lecco e Cremona, dove vive una numerosa comunità kossovara. Ma tutto il territorio italiano si profila area da monitorare come hub di approdo e scambio di infiltrazione terroristiche provenienti anche dalla rotta mediterranea. Si vedano gli ultimi eventi di Nizza in cui l’attentatore, di origini tunisine, era sbarcato a Lampedusa per poi giungere in Francia. Nel caso di Vienna si confermano i legami con la formazione terroristica dei Leoni dei Balcani, di chiara militanza islamista, diffusa tra Austria, Germania e Svizzera. Kujtim Fejzulai, autore dell’attentato, era cittadino austriaco proveniente da famiglia macedone. La rete di contatti ricostruita dalle indagini evidenzia notevoli legami con esponenti del gruppo dei Leoni dei Balcani grazie ai quali ha potuto accedere al mercato clandestino di armi ed esplosivi e con altri due jihadisti kosovari, collegati al predicatore estremista Nedzaz Balkan, noto per la sua intransigente interpretazione dell’Islam.

E se la rotta mediterranea si configura come corridoio preferenziale di un’immigrazione di manovalanza, di approdo e passaggio verso le destinazioni dell’Europa centrale, la rotta balcanica, invece, rappresenta il serbatoio più strettamente professionale di “personale” tecnico ed operativo, orientato alle attività terroristiche e il centro logistico e di distribuzione di imponenti traffici di armi, “patrimonio” nelle mani di organizzazioni terroristiche e mafie locali.

Lungi dal considerare che ad una sconfitta territoriale dello Stato Islamico corrisponda una “caduta”ideologica dell’estremismo islamico, resta primario focalizzare azioni dirette ed incisive in termini di risorse, monitoraggio e condivisione delle informazioni, per contrastare la minaccia jihadista in tutte le sue forme e fasi evolutive.


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