Democrazia ed interesse nazionale: etica ed interesse possono convivere nel grande gioco?

Di Venusia Salzillo


La dilagante diffusione di azioni di violenza perpetrate da entità politico-religiose di natura islamista viene associata al concetto di terrorismo.


In una definizione “strutturale”, che esclude la dimensione etica, Clausewitz ha definito la guerra “un atto di violenza volto a costringere l’avversario ad eseguire la nostra volontà”: il terrorismo rappresenta una forma di violenza e una delle forme della guerra. Ciò che conferisce ad una guerra il carattere terroristico è la dimensione asimmetrica: la sproporzione delle forze è tale che per un’entità debole pensare di fare la guerra in senso classico è un suicidio. E se quest’ultimo non può resistere, combattere o capitolare, come nelle categorie classiche, non sarà più configurabile come attore statuale: sorgerà un’entità nuova, non chiaramente definibile, non direttamente identificabile.


La guerra diventa, pertanto, “invisibile”. Il terrorista, infatti, è compenetrato nella società, mimetizzato tra i civili, poiché questi sono i suoi obiettivi.

Quello che il terrorismo infligge all’Occidente è l’alterazione dell’equilibrio tra libertà e sicurezza: costringere le democrazie occidentali a far pendere l’ago della bilancia verso un aumento della sicurezza richiede, inevitabilmente, un abbassamento dei livelli di libertà. Si riduce, quindi, lo spazio della vita privata.


Tutto ciò è amplificato dalla diffusione mediatica che ogni azione terroristica riceve: la maggiore o minore esposizione di tali atti suggerirà alle autorità statali limitazioni alla libertà di informazione. Facendo leva sul potere mediatico del terrore, ciò che costringe l’avversario a modificare, in senso negativo, le proprie libertà non è la forza ma la paura dei suoi effetti: distruzione, feriti, dolore, morte. In altre parole, terrore.


Quale la sfida della politica?

Per evitare un’analisi ingenua che sottovaluti la portata del fenomeno e la conseguente elaborazione di risposte inadeguate, occorre una valutazione delle diverse dinamiche in gioco: il contesto politico-sociale in cui sorgono i terrorismi; l’analisi e lo studio degli elementi caratterizzanti; la definizione di politiche di prevenzione o, laddove non è possibile, di contenimento.


Ancor più urge la necessità di contenere la strumentalizzazione dei fenomeni terroristici al fine di “legittimare” la difesa di interessi nazionali: “esportare la democrazia” non sempre giustifica la pianificazione di una guerra umanitaria.




Spesso cela dinamiche oscure, difficilmente sostenibili e tollerabili sopratutto agli occhi di chi è oppresso. Tutto torna all’origine.

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